Página dedicada a mi madre, julio de 2020

[I. II] RESOCONTO DELL’ESCURSIONE

a M. N.

Dicono tutti che siamo stati dei «pazzi». Epperciò amici promoviamoci eroi! Qui bevendo, l’un l’altro freghiamoci con le medaglie! Ecco pronti, come soldoni, i bottoni bianchi; con nastro rosso (perchè lo si veda) e fibbia dorata, appendiamoli fieri al bavero.

Eh sì, ci siam tutti: quattro, cinque, sei… Anche il mio femore è intero che mi doleva così! Ma che razza di balli fan tra di loro le ossa, quando cammini! che matti rigiri alle giunture! Proprio, guarda, il mio corpo è una macchina.
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Che se non era la neve fresca, s’arrivava in tre ore.

Oh sì! arrancava bene la compagnia dapprima. Con giù quel nero torrente e noi contro corrente su. Che non ti mettevan paura quei mille metri a strapiombo su te e quelle rotte creste, muraglie del mondo, sul vetro verde, sul pungente ghiaccio dell’aria?

Ma noi nel profondo, nere laboriose formiche, sul funereo bianco, in riga.
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Anch’io ero allegro. Altroché! C’era piano, quasi, e la neve era nuova. Quando si passò una roggia, tu citasti la Cena delle Ceneri ed il «porco passo» dell’opaco Tamigi. A caratteri di mezzo metro si scolpivano coi bastoni lungo la pesta le iscrizioni commemoratorie: l’uomo che ci portava i sacchi scrisse dignitoso RAMELLA e trionfale tu al ritorno DI QUI GIOVANNI BOINE PASSÒ.

Sì sì, ero allegro: trottavo anch’io, un po’dietro col respiro rotto-fumante, col viso rosso-ridente. Ma era anche allora un bel traffico quella neve gemente sotto le suola chiovate e quello sprofondare tutt’a colpo pesante, fino al ginocchio!

***

Quando diafana, per gli spacchi improvvisi, l’aerea fiamma di Venere e lieve la luna giù, matte, danzanti, di velo, ci soffiarono allato le ombre, uno, dinnanzi, attizzò la lanterna.

Ciascuno allora lavorò per suo conto.

Chi, lontano, di voi intonò La Violetta? (e la vi-olett…). Pareva una voce del Limbo.

Come fu solo, ciascuno, imbottito senz’eco nella soffice coltre!

Ma fu a metà la salita (mamma, il mio cuore che strappi! mamma, che ansito mozzo!) che macchia spettrale nel bianco, io ti vidi dinnanzi come un altro da me. Dici? Eh sì, come un altro da me.

Cercavi la pesta zitto ed avaro. Ciascuno, l’occhio al suo piede, cercava nemico la pesta, pecora prona.

E che deserto, o amico, che morte! (che freddo, che peso la vita). Eravamo in sei, io, tu, lui… Zitti, fantasmi, eravamo in sei sulla valanga funerea. Ed io… tu … lui … che desolato deserto!

***

Ma quando sull’arena del gelo, la prima volta giù caddi: e torpido m’accomodai quasi vi dovessi dormire (morire),
il tizzo del vostro lume in alto ansimava, ostinato cercava, e, scia fumosa, voi in traino, su, dietro.

La breve macchia d’ognuno, fusa in compatto plotone. Ruote d’ordigno in incastro, la fatica chiusa d’ognuno, su rapida in ritmo. (Ma sasso gettato che affonda, mendico fuor della porta, io giù solo).

Come in misura, amici, il gemito breve dei vostri bastoni, e come deciso e d’accordo, e come affamato! il mordere stridulo dei vostri chiodi.

Gente pei fatti suoi, come frettolosi, come lontani giravate la costa! Come via taciturna disparve la vostra vincente gioia, nel biancore spettrale!
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Uomini che tengano la loro diritta e non badino in giro. Adulteri, risoluti al convegno. Ma nel cruccio della gelosia, io giù solo.

***

Oh sì! fu una festa all’arrivo quello scoppio di saluti rauchi e quelle faccie di riso stupite, nel lume nel fumo caldo della stamberga accovacciata.
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Quella tazza di vino bollente con dentro le spezie, e il bruciore d’aroma giù per la gola, non li scorderò!

E nemmeno il viso amico-materno, i pietosi «oh!» di quell’ostessa che si chiama l’Addolorata.

La quale subito e confusa m’accostò una sedia alla rossa stufa, perchè vi stendessi con voi le gambe diaccie dolenti.

(Ma che dolore-piacere per tutte l’ossa ammaccate quel tuo rannicchio di sedia ostessa!)

Sì, sì, quella panca dura, quel muro a cui poggiai così voluttuosamente la spalla quando poi si cenò.

Quel pane!
e quei canti che, navarca scampato, tra l’uno e l’altro cucchiaio per vittoria e allegria, tu a strappi con beffe ed incitamenti intonavi,
ma che nessuno riusciva a cantare tanto era il sonno.

A me piacevano quei commenti in bisbiglio con le sbirciate rapide verso l’uno e verso l’altro di noi (uno per uno lì a giudicarci); l’affettuosa curiosità di quelli altri agli altri tavoli, montanari rinfagottati che giocavano alle carte con la mezza accanto e i bicchieri.

Materne vacche intorno al vitello nuovo ci fasciavano tutt’in giro della loro calda bestialità.

E pure mi piacque, ora dirò, il capo giovane di uno di voi chinato dormiente sulla spalla di quello accanto.

Così in abbandono e dolce ch’io trasognato sclamai: «Ecco San Giovanni alla cena».

Che furono, mi pare, le mie sole parole da cuore in quella rauca notte con voi;
(o, con svelto discorso, di non so cosa discussi, di non so cosa a lungo inventai, a coprir l’agonizzare del sonno?…)

No, no, no amico, ero sveglio terribilmente: non so qual cappio, di ostile cruccio alla gola, e non so chi sconosciuto, su per una erta, testardo a strapparmi.

E se appena smorzavo gli occhi (mentre tu parlavi), dalla netta sponda del tavolo giù d’un tratto, un abisso affondava, con nella perdizione del buio un incurante sciaguattio di fiume ed in giro zitta (mentre tu parlavi) la desolata solennità del nero e del bianco.

Come quando alla seconda caduta, la guancia, sul gelo bruciante, attesi opaco, deciso, di giù scivolare.

A colui che con la picca lento tastando, Cireneo muto, giunse, ed impugnatomi, di strappo m’alzò, feci rauco per grazia questo discorso:

«Ora perchè così forte tu, così d’accordo in gioia voi? — Io, qui ci sto bene!»
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Ora perchè quest’ansito fuor del respiro; questa agonia fuor della vita?

Come chi ascolti un festino dalle avare fessure, tagliano il mio buio rasoiate di luce.

(O, chiuso, come chi tira via nottetempo, incontrato al lampione il vinoso coro degli ubriachi?)

Han tutti una voce; han tutti un traguardo; si versano precipitosi tutti a una foce.

Marciano un passo che io non so battere. Corrono una strada che la mia tagliò. (Sbandato nel vasto, sbocco disperatamente al deserto).
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A colui che colla picca, lento tastando, Cireneo muto, giunse, dissi bieco che lì fosse il mio stare (appena, appena una spenta eco di grida, appena un lontano scalpitio di altrui vita su)
donec eveniat immutatio nostra, lì, stare, su quel ciglio del nulla.

***

Eh no! il posto mio vero, quello di diritto mio, lo ritrovai poco su alla terza caduta,
quando sul molle-lucente bucato, panciallaria pacificamente mi stesi.

E chi, col muso alla pesta, s’era accorto d’una così tonda luna lassù?
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Voi dalla costa allato, con quel vostro lumino da morti, spettri vaganti, mi facevate «ohè

Anch’io gridai ohè! ma vi lasciai camminare.

Che luccichii, che punture vive di gemme, tutt’intorno pel bianco! S’io stendevo la mano raccoglievo a rastrello i diamanti.

E dalla vitrea chiarità degli spazi quella luna agghiacciata, quelle frecciate dell’Orsa!
e quegli immobili gridi di creste che uno per uno e fin chissà dove, netti li conti, quegli artigli di roccie in agguato nella vastità così lucida e zitta!
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Che lì, se fai oh! non ti fondi. Lì se fai oh! resti tu.

Questi lacci, questi abbracci molli della primavera, questa amicizia dolce di colli, questo tepore e questo struggimento… A tu per tu, con calmo respiro, così io guardo, padrone, questo bivacco notturno.

Com’era fioco, il vostro lumino compagni e come spenti i vostri rauchi ohè!
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Ohè ohè! m’incitavate frettolosi alla meta ed io ero arrivato.

Ma c’era lì sotto di poco, quel baratro nero con, mia casa, in fondo la morte,
come un letto-riposo, o come un agguato di ladri.
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Ecco, contento di stare, contento del mio ricco abbandono, il mio posto era lì
tra i vostri ohè petulanti a cui appena badavo
ed, occhi di serpe, quell’altro richiamo laggiù verso cui sogghignavo.
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E come mia, a tu per tu con queto respiro con limpidi occhi, o amici la notte! come zitta e lucente.

Epperciò dalle mie membra in culbutta giù per le frane nevose, nel sole,
con ubriaca voce così straripò l’allegria.

Qui e qui! anche quest’altra bottiglia e si faccia baldoria.

Intona, intona tu la canzone che vuoi, dammi il bicchiere che vuoi: io son qui cosa vostra: canto e tracanno.

Giuro che niente v’è più, se non questi occhi lustri di fauni e questo satollo odore di tavola.

E chi, e chi dice che laggiù qualcuno ci aspetta? I tedeschi, i francesi; la guerra? Ci aspetta quel buio e quel gorgoglio diaccio di acqua.
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Oh sì, sono allegro; allegro altroché!

Ma di’, sul barbaglio del bianco, quello stacco, quello spalanco di blu, non metteva paura?

Non ti veniva la voglia di giù (di su) a capofitto gettarti,
per una volta finirla con questo sgomento di abisso dappertutto a inghiottirci?

(E dì… anche tu, anche tu questo riso-ferita dentro? questo essere-essere, questa… voglia di morire?)

***

Ma se eri di quelli più innanzi! Anche tu, anche tu stanco sfinito? Stanco da buttarti giù e dire che basta.

A me piace, amico, lo scoppio-scintille del tuo volto-vecchiaia, il guizzo cilestre del tuo occhio dolore.

Quando il pazzo capo, ridendo arrovescio nella lacerazione del riso, tu, padrone, sforzi l’arguzia pungendo.

Allora clamorosamente tutti questi altri, felici, in giro fan coro.
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Mandiamoli innanzi, ohè! ragazzi innanzi! e lasciamoli andare
che si credon allegri, sbracciandosi, d’essere innanzi e d’andare.

Oh vedi che affanno trionfale pel mondo, vedi che matta girandola.

Torrente che schiuma e si perde, fiume che va, che va, che va.

Ma qui su questa proda di blu, di’, qui stiamo bene. La è ben qui, dimmi la foce? Fiume che va, che va, che va. — A me piace, amico, questo sipario-pallore,
finestra per dispetto serrata sulla brigata chiassosa, come chi dà e ritoglie, questo tuo chiuso viso.

A me piace, amico, questa tua nimicizia improvvisa, questo tuo sprofondare.

Come in un carrozzone di treno, ciascuno alla sua meta, ci lascia.

Siam tutti, si sa, dello stesso paese, tutti in felice combutta, ma ciascuno ha la sua tessera in tasca.

A me piace, amico-nemico, questa inafferrabile beffa ch’è nel tuo riso.

— Però, vedi qui, ch’io ho buttata la tessera; vedi qui, noi siamo insieme arrivati.

Nessuna meta ci aspetta. — Ohè ragazzi avanti! su su, che c’è la medaglia! E chi si guadagna questo bottone d’oro?

Noi, amico, siamo arrivati. Non scenderemo al primo sbatacchiar di sportello; confessiamoci, che meta non c’è.

Ma anche tu, anche tu dunque? Vuoi ch’io ti dica il tuffo del cuore e lo sciogliersi quando, come un ahi, ti sfuggì?

Guardiamoci con serena pupilla e, questo gorgo d’azzurro, su, ci divori.

gennaio ´15

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