Página dedicada a mi madre, julio de 2020

La Mèrica

Di poi, passaru l’autri cchiu di trenta:
li picciotti sciamaru comu l’api;
Mi parsi ca lu scum ad uno ad uno
si l’avissi agghiuttutu, e ca lu ventu,
‘ntra dda negghia tirrana ‘mpiccicusa
l’avissi straminatu pri lu munnu.
Lu scum li tirava, una centona,
un ciarmulizzu, e nomi, e vuci, e chianti:
unu cantava cu tuttu lu ciatu
ma c’era tanta rabbia ‘tra dda vuci
la dispirazioni e lu duluri
paria mrnalidicissi e celu e terra.

VITO MERCADANTE,  Focu di Mungibeddu

 

Mariano lo disse la sera di San Michele tornando da Baronia col vecchio padre. Catena, che allattava il bimbo, si fece pallida come una morta, e rispose:

— Ci son riusciti, i birbanti, a ficcartelo in testa! Ma se proprio ci vuoi andare pensa ch’io non mi son maritata per restar né vedova né ragazza dopo un anno di matrimonio!

Mariano buttò la vanga in un canto rabbiosamente, bestemmiando; Catena, con le labbra pallide, scrollava la testa ripetendo:

— Ci vengo. O ci vengo o mi butto dal Castello.

Mamma Vita, risalendo dalla stalla, li trovò a leticare. Quando si bisticciavano essa non parlava mai, per prudenza; ma come li vide accesi e senti nominar l’America, le parve che le attanagliassero il cuore e mormorò:

— Figlio, che stai dicendo?

Era curva sull’uscio, nera e piccina, con una manciata di fieno nel grembiule sollevato, e Mariano a vedersi guardato da quegli occhi chiari sgomenti, si chetò e disse:

— Faccio quel che fanno tutti nell’Amarelli. E costei mi sta martoriando col suo lagno. Vedi se è possibile che una come Catena debba partire.

 

Mamma Vita restava immobile come se non capisse; poi si piegò sulla cassapanca coprendosi la faccia tra le mani. Catena, col bimbo addormentato sulle ginocchia, guardava, senza vedere, davanti a sé co’ grandi occhi neri appassionati e dolorosi. Poi sali anche il vecchio; egli sapeva la trista decisione del figlio e andò a mettersi sulla scala senza parlare

Tutti partivano, nel quartiere dell’Amarelli; non c‘era casa che non piangesse. Pareva la guerra; e come quando c’è la guerra, le mogli restavan senza marito e le mamme senza figlioli.

La gna’ Maria, quella vecchia dalla testa bianca e arruffata come una conocchia, gridava davanti all’uscio la sua pena senza curarsi che la sentissero, gridava i nomi de’ suoi due figlioli maledicendo l’America con tutta l’anima, con le mani alzate. La Varvarissa restava giovane giovane senza marito con una creatura al petto; e poi partiva il figlio unico di mastro Antonino, e Ciccio Spiga, e il marito di Maruzza la biondina… Chi poteva contarli? Partivan tutti e nelle case in lutto le donne restavano a piangere. Pure ognuno possedeva un pezzo di terra, una quota, la casa, pure ognuno partiva. E i meglio giovani del paese andavano a lavorare in quella terra incantata che se li tirava come una mala femmina.

Ora anche Mariano. E Mariano aveva un poderetto che dava pane e olio, un poderetto zappato e lavorato come un giardino, e la moglie giovane, bellina, dolce come il miele. Quel che avevano fatto per trattenerlo, per levargli il pensiero della Mèrica, non si rammentava più.

Aveva voluto il mulo e ssù ‘Ntoni glie l‘aveva comprato; mamma Vita gli aveva cucito un altro vestito di velluto e Catena non aveva saputo che dirgli per tenerselo legato.

Ma l’America, diceva la gna’ Maria, è un tarlo che rode, una malattia che s’attacca; come viene il tempo che uno si deve comprare la valigia, non c’è niente che lo tenga.

In quella grigia serata di San Michele, i vecchi pensarono che questo tempo era venuto anche per Mariano.

Ma Catena con gli occhi fissi davanti a sé non si voleva persuadere a restar sola; con la piccola faccia olivastra abbuiata di passione e di paura, pensava di seguire il marito. Pensava: e pareva che il pensiero fosse una ferita, fosse una febbre, tanto le dolevano le tempie e il cuore.

Dopo quella brutta serata, gli altri giorni ancora seguitò a dire, implorando con gli occhi e minacciando con la voce:

— Ci vengo. Se parti, parto anch’io. O mi butto dal Castello.

Mamma Vita non seppe darle torto:

— E giusto, è giusto… — ripeteva con voce rassegnata.

— Ma il bambino! — gridava Mariano indispettendosi d’essere contrariato anche dalla madre

Il bambino! Era vero. Si poteva uccidere un piccino con un viaggio tanto lungo?

— Oh! — implorava Catena. — Non sono mamma io? Lo terrò nel mio scialle, lo terrò sul petto come un uccellino nel nido. Non ci pensate.

Tristi giorni! Marito e moglie non fecero che bisticciarsi. Ma poi vinse Catena, e quando Mariano comprò la valigia a mantice e cominciò a prepararsi le sue robe, Catena tremante ma decisa ordinò le proprie e quelle del piccino.

C’era nel suo viso un pallore di bimba spaurita. Spiava tutto e tutti, continuamente in palpito che all’ultimo momento qualche cosa impreveduta, un tradimento di Mariano, la facesse restare. E nella valigia confondeva furiosamente la biancheria sua con quella del marito per stabilire da vero la propria partenza.

Solo la sera che le valigie furon pronte e Mariano le mostrò i due biglietti, si rasserenò e gli occhi le tornaron dolci e ridenti come sempre.

Allora solo cominciò a sentir la pena della partenza e le parve mill’anni che ne venisse l’ora per levarsi dalla casetta dove era stata felice un anno — dopo I maltrattamenti subiti in casa del patrigno e della sorellastra — per levarsi dalle lacrime della gna’ Vita, che le aveva fatto da mamma, e dal dolore muto e profondo di papà ‘Ntoni.

Quando furon partiti, ssù ‘Ntoni tornò al podere: la terra non si può abbandonare.

Mamma Vita l‘aiutò — come al solito — a incavezzar l’asino, e gli dette un pane.

— Io non vengo — aggiunse. — E come se m’avessero dato un carico di legnate.

Rientrò curva nella casetta, e chiuse uscio e finestra come quando c’è lutto.

— Che farò d’ora innanzi? — pensava guardandosi intorno — avevo due mosche e mi son volate via.

A che serviva lavorar la terra? A che serviva filare il lino e tesser la tela, d’ora innanzi? Si figurò mestamente il vecchio ‘Ntoni che, solo e afflitto, seminava il buon frumento d’oro lassù a Baronia, nella bella terra solatia che il figlio aveva male apprezzata. E rivide la scena della sera innanzi; eran partiti a mezzanotte; non c‘era luna e a pena si scorgevano i due carretti pronti, nello stradone, già occupati dagli altri emigranti; i carretti pieni che s‘erano allontanati nella notte buia, col canto dei giovani e il tintinnio delle bubbole.

— Poveri figlioli! — sospirò forte col cuore stretto.

Ssù ‘Ntoni la sera, scavezzando l’asino, ripeté:

— Vita, la terra vuole braccia, e io che son vecchio non basto.

— Si — rispose la gna’ Vita — ma io voglio aspettare la lettera. Come posso pensare al podere, mentre non so neanche se quelle creature sono in viaggio?

Il cuore glielo diceva; di fatti la lettera da Palermo le portò una strana notizia inaspettata.

La lesse il postino; e lei la tenne a lungo fra le mani — fra le povere mani ignoranti, brune e rugose di fatica e di vecchiezza — guardando le poche righe nere e contorte come avesse potuto capirne il senso.

— Al peggio non c’è fine — disse tristamente al marito la sera. — Quel figlio bello come una bandiera parte e la moglie torna!

Addio sementa, addio podere! Con le mani e i piedi legati, non poteva più neanche seguire il vecchio, lassù a Baronia che aveva bisogno di braccia. Che farsene d‘una giovane e d’un piccino?

Catena tornò di sera, in diligenza; gialla, spettinata, con le labbra pallide e gli occhi lustri, pareva malata, pareva avesse la febbre.

Posò il bimbo sul letto e si lasciò cadere sulla cassapanca con le braccia sulle ginocchia sconsolatamente.

Mamma Vita prese fra le braccia il bimbo che piangeva, per chetarlo; e nel sentirselo di nuovo sul petto provò una dolcezza grande come se con quella piccola creatura fosse tornato qualche cosa di Mariano.

— Ma com’è andata, Catena? — le chiese.

La nuora taceva.

— E gli altri, Catena?

La nuora taceva. Il bimbo pianse più forte per la fame.

— Dammelo — disse bruscamente la giovane.

— No. Hai il latte cattivo, in questo momento. Ti par che non ti capisca, io?

La voce piana e tremante della vecchia le scese nel cuore, e Catena cominciò a piangere e a raccontare confusamente, calmandosi a poco a poco per il benefico sfogo.

 

Era stata una giornata d’inferno. Erano in venticinque, con quella demonia della sorellastra. E tutti per le vie, per le vie grandi della città; storditi dal chiasso, accecati dalla polvere e stanchi, specialmente stanchi, da buttarsi a dormire per terra, e tutti uniti e sbigottiti come anime del Purgatorio, come non avessero anche loro, in paese, una casa propria; scansando carrozze con cavalli, e carrozze senza cavalli che arrotano un cristiano come niente, rimandati dal piroscafo, rimandati dal medico che doveva visitarli. Finalmente li avevano esaminati, a uno a uno. Lei era stata l’ultima ed era andata così sicura dopo che ognuno era stato accettato!

— E poi… Capisci? — gridò — dopo la vergogna di farti vedere da quel medico forestiero, sentirti dire che hai gli occhi malati! Io! Gli occhi miei che sono stati l‘invidia di tutti!…

 

Parlava a tratti, senza finir le parole rotte dai singhiozzi che le straziavano il petto.

— Non ho pianto, li. No. Ti ho scritto. Non ho alcuno, io. Non madre, non fratelli, nessuno. Li ho visti salire sul vapore, tutti, a uno a uno. Anche quell’altra, capisci! che mi rideva sul viso salutandomi!

E Mariano!? Neanche una parola buona, una sola parola d’incoraggia-mento! Aveva pensato a farle il biglietto di ritorno, oh quello si! Di modo che a pena partito il vapore, uno della stazione l‘aveva accompagnata sino al treno.

— E la roba?

La roba! Come si vedeva che mamma Vita non aveva idea di quel che fosse una città! Chi poteva aprir la valigia e cercar la roba in quell’inferno?

Mostrò alla suocera una ricetta. Glie l‘aveva fatta il medico. Bisognava mettere, ogni mattina, poche gocce del rimedio ordinato, sugli occhi; poteva medicarli un farmacista, una persona pratica qualunque.

— M’ha assicurato che dopo un mese di cura sarò guarita.

— Hai veduto? — esclamò la vecchia dondolando il piccino per tenerlo buono — non è poi finito il mondo…

Catena crollò la testa. E il tempo che sarebbe passato tra la cura e il viaggio? E quelli, laggiù? quella demonia di Rosa che s‘era tirato Mariano con un fil di seta, che gli aveva messo in mente il pensiero della Mèrica? Davanti agli occhi le appari la figura flessuosa della sorellastra, il bel corpo dalla vita sottile e dal petto procace, il viso olivigno dalle labbra rosse e dal riso sfrontato.

Per la cura non volle perder tempo. E l‘indomani, a pena papà ‘Ntoni si fu avviato a Baronia, la gna’ Vita mise la mantellina in testa e il bimbo in collo per accompagnar la nuora da don Graziano il farmacista.

Insisterono perché cominciasse le medicature subito, quella mattina stessa. Il vecchio s’aggiustò gli occhiali, e fatta seder la giovane, tenendole la fronte con una mano, con l‘altra le fece gocciolar sugli occhi una medicina che aveva preparata.

— Poche gocce, ha detto — mormorò Catena mordendosi le labbra mentre la medicina le inondava le tempie e le orecchie.

— Don Graziano — ripeté mamma Vita più forte poi che il vecchio era mezzo sordo — poche, poche gocce.

— Zitta, voi — rispose impermalito il farmacista — se non m’avete fiducia cercatevi un altro medico.

— Vossìa ci scusi — pregò la giovane — gli è che avevo letto la prescrizione

E segui la suocera tenendosi il fazzoletto sugli occhi pe ‘l gran bruciore che provava.

Mattina per mattina le due donne andavano da don Graziano. Dopo una settimana di quella tortura la suocera domandò:

— Ma ti giova, il medicamento? A me pare che ti faccia più male che bene

— Volevo dirlo anch’io — sospirò la nuora. — Non avevo mai patito male agli occhi e ora me li sento pungere da cento spilli.

Che fare? Forse il meglio era smetter la medicazione e domandar consiglio a un medico. Però mamma Vita andò sola a ringraziare il farmacista portandogli un paio di pollastre rosse, scelte fra le più belle del pollaio, e poi andò con la nuora da don Pidduzzu Saitta, ch’era il medico più anziano del paese.

Egli osservò Catena, che lo guardava sgomenta, poi le sollevò un poco, delicatamente, le palpebre indolenzite.

— Chi ve l’ha curati? — chiese.

— Don Graziano.

— Il farmacista?

— Sissignore

— Benedetti villani! — mormorò il medico. — E voi volete andare alla Mèrica?

— Sissignore.

— Speriamo. Tornate domattina alle nove. Proveremo a causticare.

Catena segui la suocera con la morte nel cuore; e a pena a casa buttò la mantellina sul letto e, nascosto il viso fra le materasse abballinate, cominciò a piangere angosciosamente come la sera in cui era tornata da Palermo.

Mamma Vita, in piedi, col bimbo addormentato fra le braccia, non sapeva che dire per calmare quel pianto.

— Senti — disse poi risoluta, — Saitta è un corvo di malaugurio. Vede le cose peggio di quel che sono. Io non ci tornerei più. C’è Panebianco, sai? Quello è il medico dei poveri!

Catena levò il viso umido di lacrime e guardò la suocera con un po’ di speranza.

— Dopo pranzo ci andiamo — asserì la vecchietta, — coraggio, figlia, credi che non ti capisca?

E la guardò con tanta mestizia nei piccoli occhi chiari, perché, lei, le voleva bene proprio quanto a una figlia.

— Guarda che boccio di rosa — disse chinando la testa sul bimbo addormentato — e come gli somiglia! Perché piangi, tu? — la confortò sospirando — tu hai il tuo piccino e rivedrai tuo marito. Io son vecchia, vedi, e mi son divisa viva da quel figliolo che non vedrò più. E io pensavo di tenerlo sempre con me, e tessevo la tela per la sua famiglia. Ora è finita. Non vedi ssù ‘Ntoni com’è diventato? e la bella terra di Baronia com’è desolata?

 

Nel pomeriggio andarono da Panebianco per l’ultima prova. Panebianco, grasso bracato, rise come quando gli si portava un regalo e poi osservò lungamente gli occhi di Catena, palpandole le guance con le sue dita massicce e leggere.

— Rovinati? — andava ripetendo col suo fare d‘uomo che trova tutto facile. — Rovinati? La vedremo noi! Alla fine del mese partirete.

Mattina per mattina, col bimbo in collo, andarono da Panebianco; e sempre mamma Vita portava sotto la mantellina un cestino d’ova o di frutta, un sacchetto di frumento, un pollastro, un par di piccioni torraioli, perché Panebianco, il medico dei poveri, accettava ogni cosa.

Ma gli occhi andavano di male in peggio; e Catena, levandosi, vi teneva un pezzo il fazzoletto per abituarli alla luce. Non ne poteva più; cominciò a diffidare anche di Panebianco e volle cambiar medico.

Verso la fine del mese giunse la lettera di Mariano. Cominciava a guadagnare; erano trentacinque, tutti Mistrettesi, e stavano insieme; anche le donne s‘erano impiegate. Tutte notizie che le parvero schiaffi. Lesse e rilesse la lettera diverse volte, piena di rabbia. Egli appariva lieto e la gna’ Vita ripensò alle amare parole della gna’ Maria quando disse, un giorno, che i figli, una volta laggiù, si scordano sino della mamma che li ha fatti.

Catena disperò della sua partenza e non credé più ai medici; tutti birbanti, tutti imbroglioni, buoni a smungere il sangue ai poveri. Il solo Panebianco aveva avuto sei polli e non si sa quanta frutta e quante uova.

 

Nella piccola casa di ssù ‘Ntoni i giorni passavano pieni di malinconia. Non c‘era festa né processione per le due donne; sempre casa e casa, la domenica in chiesa a pregar davanti l’altare di Santa Lucia. Ssù ‘Ntoni, poi che la moglie non poté seguirlo, si era cercato un mezzaiolo, un compagno che l’aiutasse a lavorar la terra. Egli parlava sempre meno, col pensiero fisso al suo figliolo bello e forte come un querciolo, che lavorava per gli altri.

Il piccino cresceva male, stento stento, un po’ perché aveva avuto il latte cattivo, un po’ perché, in vece di giocare con gli altri piccini, passava dalle braccia della nonna a quelle della madre, essendo egli tutto ciò che fosse rimasto di Mariano.

 

Catena, ch’era diventata selvatica, rifuggiva anche le vicine. Nella piccola faccia olivastra, scarnita come se ci fosse un fuoco dentro che la consumasse, gli occhi apparivan più grandi, più neri pe ‘i calamai lividi che li cerchiavano.

Non amava più neanche lavorare, benché fosse stata sempre la più laboriosa dell’Amarelli. Passava le sue giornate accoccolata sullo scalino davanti l’uscio, mentre mamma Vita filava o rattoppava, ascoltando il parlottar del bimbo che aveva imparato a chiamare papà; e tutte e due senza dirselo mai, tenevan gli occhi alla cantonata dalla quale soleva spuntare il postino, trasalendo se lo vedevano avvicinare alla loro casetta.

Ma lettere ne venivano sempre più raramente. E Catena non si sfogava più neanche con la suocera; nella testa le si agitavano tanti pensieri che le facevan battere le tempie come avesse la febbre; pensava alla Mèrica, alle case alte e alle strade buie, pensava a Mariano giovane e forte, alla buona terra di Baronia, e rivedeva la bella e sfrontata persona della sorellastra.

 

Le vicine non riuscivano mai a farla chiacchierare un poco. Ma certe volte udivano la sua voce, fattasi tanto strana e acuta; l’udivan parlare al suo bimbo come avesse potuto capirla, dandogli un brusio di nomignoli bizzarri, con accento alterato mutevole e frenetico.

–  Stella, tesoro, Cavaleri finu, San Giorgiu biunnu, Apuzza nica. Tu mi ristasti. Chiamalu, papà, chiamalu ca è luntanu…

Il piccino sulle prime, sollevato dalle braccia nervose della madre, rideva, ma, soffocato dalle impetuose carezze, finiva col piangere

Una mattina vedendo passare la gna’ Maria le chiese se avesse due corbelli per metterci l‘uva e i fichidindia da portare a Mariano.

— I fichidindia gli piacciono tanto, e laggiù non ce n’è… Sì, parto col bimbo — disse sbarrandole in faccia i grandi occhi neri spauriti.

— Io lo so, adesso, come si viaggia!

E si come la gna’ Maria scrollava la testa, essa le voltò le spalle, stizzita, e sedette di nuovo innanzi all’uscio.

Lettere non ne venivano e gli occhi non guarivano. Pure s’eran fatte tre novene e offerte due torce a Santa Lucia, ma la santa non aveva voluto far la grazia.

Oramai non c‘era più speranza di guarire E Catena era diventata cosi stizzosa che la povera mamma Vita solo per la gran pietà e l‘affetto non la contrariava mai.

Una mattina, era proprio un’altra volta il giorno di San Michele, la gna’ Vita chiuse l’uscio perché faceva freddo.

La nuora che, non si sa perché, era scesa nella stalla, le disse tornando:

— Ma’, vai a prendermi i corbelli che m’ha promesso la gna’ Maria per metterci i pomodori e i fichidindia.

— Che dici, Catena? non è più tempo di pomodori questo!

Catena apri l’uscio con violenza tenendo il bimbo per mano.

– Che fai? non è più estate, vien freddo! Como sei diventata dispettosa, figlia! Non ne hai più, cuore, nel petto!

Catena la guardò. Nella faccia olivastra non si vedevano che gli occhi dalle palpebre gonfie e livide come due macchie.

Sedette sull’uscio, si mise il piccino sulle ginocchia e facendolo ballare cominciò a dirgli, prima piano, poi più forte, poi con la sua voce strana e acuta che feriva le orecchie:

Stella, tesoro, apuzza nica, spica d’oro! Chiamalu, papà! chiamalu ca è luntanu! Stella! Cavaleri finu…

Lo stringeva forte tra le piccole mani nervose, alzandolo per aria, e il bimbo si divincolava e piangeva.

La gna’ Vita, spaventata, s’accostò per levarglielo ma Catena stringeva forte, come tra due morse, e la povera vecchia non ci poteva.

Accorsero anche le vicine incuriosite dal vociar delle donne e dal pianto del bimbo; pregandola, minacciandola glie lo strapparono di mano, a costo di fargli male, mentre Catena ripeteva, ridendo, co’ grandi occhi sbarrati:

– Tesoro! Stella! chiamalo, chiamalo…

 

Credevano che morisse con le convulsioni com’era morta sua madre Ma poi si calmò. E mai più si ripeterono i furori di quella mattina.

Non riconosceva il figlio, non riconosceva la suocera ma non dava fastidio ad alcuno. Passava le intere giornate accoccolata sull’uscio, senza sentire il freddo del rovaio, col mento tra le mani; e se una vicina le si accostava essa spiegava — con un sorriso strano nel piccolo viso scuro — come aspettasse il vapore, di laggiù.

— Vedete? — indicava — laggiù nel mare grande grande il vapore che fuma e che fischia…

I corbelli con l’uva e i fichidindia eran pronti.

— Parto domani. Son guarita — aggiungeva toccandosi gli occhi con le palme aperte. — Son guarita. Vedete? Parto domani…

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